"Hebbe per antichissima consuetudine questo nobile pubblico di proporre ogni anno un premio per invitar la gioventù ad esser assai presta nelli atrezzi cavagliereschi... Al qual effetto si faceva piantar sulla piazza il saracino ovvero Aniballo et correre longa un carrera di cavalli..."
Questa una delle tante richieste che gli inviati della comunità di Faenza presentarono a Mons. Glorieri inviato a Forli per ascoltare le richieste e le lagnanze dei rappresentanti delle comunità che formavano la legazione di Romagna, dal nuovo Legato: l'Eminentissimo Aldobrandini. In pratica il consiglio degli anziani richiedeva l'autorizzazione a stanziare la somma di scudi duecento bolognesi dagli assegnamenti ordinari del comune per finanziare la disputa di due palii: una corsa berberi per il 29 Giugno, giorno di San Pietro patrono della città, ed una quintana, che i nobili faentini disputavano per antichissima consuetudine, nel periodo di carnevale. Queste feste erano state soppresse alcuni anni prima per le gravissime difficoltà finanziarie della comunità di Faenza.
Per la prima delle richieste non vi furono difficoltà a concedere l'autorizzazione se la disputa del palio doveva, anno per anno, essere avvallata dalla concessione del permesso del governatore in carica, la corsa di San Pietro era legata ad una festività religiosa ed era sancita già negli statuti faentini del 1410. La quintana del Niballo, invece, disputandosi in carnevale, festa di chiara derivazione pagana, dove era evidenziato uno scoperto agonismo manifestato dalla volontà di superare l'avversario in una competizione di carattere militare, con l'affermazione di una supremazia e l'esibizione della forza fisica, ebbe un iter burocratico più lungo. Infatti monsignor Glorieri si riservò di chiedere l'autorizzazione direttamente al Cardinale Legato Aldobrandini. Questo avveniva, come si è detto, nel maggio del 1594. Il Cardinale rispose con sua lettera da Roma, come rileva negli "Acta Consilii" di quell' anno, il 31 gennaio del 1596. Il governatore concesse anch'egli il benestare ed il 12 febbraio seguente venne esposto il bando, esposto per modo di dire, in quanto i bandi venivano letti alla ringhiera del pubblico palazzo dal banditore della città: "publicatus fuit apud arrengheria pubblici palatii, alta et intelleggibili voce, sono tube premisso, multa quantitate populi abstante, meque banditore magnifica comunitates faventiae, die 12 febranno 1596". Era la nascita ufficiale del Palio del Niballo che verrà ripreso dopo anni di oblio il 29 giugno del 1959 con scopi naturalmente ben diversi da quelli che avevano i rampolli delle nobili casate "...Quand currend fort a cavall cun un peal a elu d'Niball agil, svelt, destar e pront i romp nes, mustaz e front..." Come recitava il poeta fusignanese Don Antonio Sintoni agli accademici remoti, riuniti per festeggiare la vittoria del Conte Antonio Severoli nella giostra del carnevale del 1776. Detto per inciso, un cronista faentino, il canonico Peroni, afferma che questo palio del Niballo si corse fino all'anno 1786. "...Ne più d'allora s'è fatto questo divertimento a motivo dei diversi partiti originati dalla rivoluzione francese". Vita difficile dunque, anche nel Seicento, per una manifestazione che vuole le sue origini addirittura in epoca feudale, quando l'imperatore Federico Barbarossa nel 1165 volle vedere i nobili faentini cimentarsi a "romper le lance sul Niballo".